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Calciomercato, De Rossi: sul romanista non solo City e PSG, ma anche un'italiana

sabato 24 novembre 2012 0 commenti

De Rossi con la Nazionale
di Redazione
ROMA - Per Daniele De Rossi si parla di un addio alla Roma da oltre un anno ma mai come in questo periodo il suo divorzio dalla squadra in cui è cresciuto sembra possibile. Piace ad Ancelotti che lo vedrebbe benissimo nel Psg, ma non solo a lui. Il rapporto complicato con Zeman, il ruolo in cui viene utilizzato, il ridimensionamento delle ambizioni della Roma sono tutti fattori che potrebbero portare De Rossi verso altri lidi. Indubbio che le destinazioni di Manchester ,sponda City dove Mancini lo accoglierebbe stendendo tappeti rossi al suo passaggio, e Parigi, dove verrebbe ricoperto d’oro, restano le più probabili, ma c'è il desiderio del giocatore di restare in Italia. Se davvero dovesse consumarsi il divorzio, De Rossi starebbe prima a sentire le offerte interne e, qualora la differenza di ingaggio non fosse eccessiva, potrebbe anche decidere di rifiutare i milioni di sceicchi e Paperoni. E qui si potrebbe inserire l’Inter che per ora sta alla finestra anche se Zeman continua a ripetere che problemi col giocatore non ce ne sono. Nella conferenza di vigilia della gara di Pescara, particolarmente sentita dal boemo che tornerà nella città dove è stato il re indiscusso l’anno scorso, l’allenatore giallorosso replica serafico a chi gli fa presente del gradimento di Ancelotti.
Zeman afferma: "Penso che De Rossi come giocatore sia stimato da tanti non solo da Ancelotti, ha fatto la carriera finora, è un Nazionale, penso possa servire a tanti. Però sta alla Roma. Non so chi ha messo in giro la voce che ci siano problemi tra me e De Rossi, sicuramente non io e penso nemmeno De Rossi. Io con lui non ho avuto problemi, poi il discorso di parlare tecnicamente o tatticamente sulla partita, penso che lo facciano tutti gli allenatori e non lo considerano un problema"




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La mamma dei deficienti è sempre incinta?Anche quella di chi inganna se stesso...

venerdì 23 novembre 2012 0 commenti

il pub "Drunken Ship"
di Giovanni Sgobba
ROMA- E' tutto profondamente sbagliato. Non rimane niente di tollerabile e comprensibile. L'ennesimo episodio vigliacco, trasversalmente legato al calcio, spazza via quelle residue briciole ormai in decomposizione di credibilità che ci era rimasta, e provoca profondo disgusto non solo per l'aggressione ad alcuni tifosi del Tottenham ed il successivo coro antisemita allo stadio Olimpico, ma anche per la superficialità disarmante con la quale si fanno certe affermazioni. Due facce di una stessa medaglia (per quanto si vogliano scindere gli episodi) che nonostante sia corrosa non fa nulla per ritornare a luccicare.

"Un gruppo di sedicenti tifosi, in realtà teppisti", afferma prontamente il sindaco Alemanno; "si trattano di fatti che nulla possano avere a che fare con lo sport", sottolinea l'Osservatorio del Viminale e Lotito, presidente della Lazio precisa:"Non risulta con certezza che l’aggressione sia stata opera di tifosi della Lazio".

Ci mancavano solo le affermazioni "linea dura" e "bisogna usare le maniere forti" per completare il vademecum delle citazioni ovvie da usare in caso di emergenza. 

Dovrebbero rincuorare suddette affermazioni?!A me provocano profondo disgusto perché ancora una volta mi sento preso in giro: è come un detersivo scadente che invece di rimuovere una macchia ne allarga ancora di più l'alone. Un alone che annerisce tutto il calcio, tutto il movimento che non si limita alle aree adiacenti allo stadio, e questo i massimi organi lo sanno bene. Che sia un tentativo di lavarsi le coscienze e levarsi di torno grattacapi o semplicemente noncuranza e mancanza comprensione di questi fatti, non c'è dato saperlo, ma rimane la prontezza nel non voler vincolarsi a certi misfatti.

Interno del pub
Si sta facendo luce sulla situazione, è presto per parlare con sicurezza e sarebbe sbagliato scartare qualsiasi ipotesi a priori, possiamo provare a girare il capo e guardare altrove laddove l'aria è più sana, ma il fetore di quello che è successo ristagna e i dati raccolti hanno un unico comune denominatore: il calcio. 
L’agguato al "Drunken Ship", pub situato al Campo de’ Fiori, pieno centro di Roma, nella notte tra mercoledì e giovedì aveva delle mire ben precise: i circa 20 tifosi del Tottenham (club del ghetto ebraico di Londra) che civilmente e pacificamente (visto che siamo soliti accusare sempre gli altri) stavano passando una tranquilla serata sono stati brutalmente aggrediti da una quarantina di uomini col volto coperto, armati di spranghe, mazze da baseball e chiavi inglesi in preda ad un raptus di follia razziale ed antisemita. Quindici di loro sono stati identificati, sei sono in stato di fermo e due sono stati arrestati svelando il segreto di Pulcinella: si trattano di due ultrà romanisti, Francesco Ianari di 26 anni, già colpito da Daspo nel 2007 e Mauro Pinnelli di 25 ,ora accusati di rissa, lesioni pluriaggravate e tentato omicidio. In mezzo un casco ritrovato con la scritta "Gabriele Sandri" e alcune sciarpe laziali. 

Giocatori del Genoa consegnano le maglie
Eppure si continua a sostenere che siano teppisti che non hanno nulla a che fare con il calcio, anzi che si insidiano nelle viscere dello sport più seguito in Italia e lo sconquassano dall'interno, come quei teppisti che l'anno passato a Genova hanno messo sotto ostaggio calcio e giocatori obbligandoli a levare la maglia, come i delinquenti del Napoli che hanno assalito i supporter dell' AIK di Stoccolma qualche settimana fa (e ci sentiamo profondamente schifati se loro fanno un murale offensivo, che colpo al nostro onore!), come quei antisportivi del Verona che hanno offeso la memoria del defunto Morosini. 
Ma nelle curve quanti "pochi" cretini e delinquenti si spacciano per tifosi?!

striscione esposto nella curva della Lazio
Dai su non è un vituperio ammetterlo: c'è un evidente intreccio tra tifo organizzato ed elementi negativi che di una curva ne prendono il controllo e la pilotano a proprio piacimento e non riusciamo a liberarci. La riprova è arrivata ieri sera nella partita tra Lazio e Tottenham. Dopo la nottata da incubo, di tutto c’era bisogno all'Olimpico tranne che di cori antisemiti, ma si è persa un'altra (l'ennesima) occasione per dimostrare di essere realmente "guariti": la Curva Nord laziale ha intonato attorno al decimo minuto del primo tempo un coro ben scandito e udito chiaramente da tutti "Juden Tottenham" al quale, qualche minuto dopo, ha fatto seguito l’esposizione di uno striscione che inneggiava alla liberazione della Palestina. D'accordo non hanno contorni marcatamente antisemiti, ma certamente hanno destabilizzato ulteriormente un'atmosfera satura di tensione politica.

Claudio Lotito, attento oratore latinista si è smarrito nel gioco delle tre scimmie, sostenendo: "Certi atteggiamenti, peraltro io non li ho neanche sentiti, non possono essere etichettarli come appartenenti ad una certa tifoseria....la mamma dei deficienti è sempre incinta...Questi atteggiamenti non appartengono solo alla Lazio, ma anche ad altri club italiani. Sono comportamenti deprecabili che non appartengono né a Roma né alla Lazio"

E' che vorrei tanto dire che "la parola ferisce più della spada", ma non rispetterei Ashley Mills, 25enne tifoso degli Spurs, che è ora in ospedale in codice rosso con 20 punti in testa e sette all'inguine, dopo che una coltellata gli ha reciso un’arteria. Roma città eterna, gli rimarrà per sempre impressa nella mente, mentre Abete, parlando a nome del calcio italiano, chiede scusa alla federazione inglese. 
Augurandoci che non siano parole al vento, invito a chi punta il dito verso terzi di posizionare dinanzi uno specchio: forse ci si renderà conto che la responsabilità è di tutti.







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Calcio a 5 f, alla Focus Foggia i complimenti…. alla Lazio i tre punti!

lunedì 12 novembre 2012 0 commenti

Norma De Lio
di Mario Schena
(fonte Ufficio Stampa Focus Foggia
ROMA- Esce sconfitta la Nuova Focus Foggia dal PalaMillevoi di Roma ma con onore rispetto a quanto possa dire il risultato finale. Le rossonere di Mister Cataneo hanno giocato un’ottima gara meritando al termine della sfida i complimenti sentiti della Società laziale. 
Una gara che alla vigilia era temuta per la consistenza dell’avversario e che ha tenuto fede alle aspettative. Partono subito forti le biancocelesti che dopo neanche un minuto vanno in rete con una strepitosa azione della spagnola Sanchez che, dopo aver superato come birilli le avversarie, infila la Maffei con la sfera che passa sotto le gambe del portiere foggiano. 1-0. Al 7’ la Focus Foggia raggiunge il pari con una bella conclusione della Norma De Lio. 1-1. 
Ma neanche il tempo di gioire per il gol del pareggio che Iommi festeggia il nuovo vantaggio della Lazio fissando il risultato, al termine della prima frazione di gara, di 2-1. 
Una prima frazione di gioco tutto sommato positiva per la compagine foggiana che va al riposo con la consapevolezza che la gara si può ancora recuperare. 

Nella ripresa dopo tre soli minuti ancora la Sanchez, sempre tutta sola, calcia rete e la palla, respinta dalla difesa foggiana, viene ribadita in rete dalla Tolotti. 3-1. Le rossonere non ci stanno e cominciano a riversarsi nella metà campo laziale e trovano addirittura il gol del 3-2 che riapre l’incontro con una bella iniziativa di Giusy Soldano. Mister Cataneo ci crede e schiera la formazione con il portiere di movimento con l’intento di riequilibrare l’incontro. Ma la mossa non si rivelerà del tutto felice perché nelle battute finali arrivano altri due gol causati dalla difesa scoperta presa in ripartenza. E la Sanchez a tre minuti dalla fine ed a quindici secondi dal termine approfitta della situazione e realizza altre due reti per la tripletta personale fissando il punteggio sul 5-2 finale. 

La Lazio allunga in classifica con questi tre punti di oggi mentre alla Focus vanno i complimenti degli addetti ai lavori e dei dirigenti laziali che hanno indicato nella formazione foggiana la migliore vista sinora al PalaMilleVoi. 





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Caso De Rossi: Lo cedono i tifosi?

mercoledì 10 ottobre 2012 0 commenti


di Davide Colonna
ROMA - Il primo successo della Roma, tra le mura amiche contro l'Atalanta, da essere motivo di orgoglio e ripresa per l'ambiente giallorosso, soprattutto dopo il brutto k.o. subito dalla Juventus, rischia di diventare un caso spinoso. L'esclusione dall'undici titolare di tre uomini simbolo come De Rossi, Osvaldo e Burdisso, ha sconvolto, oltre i protagonisti stessi, anche la tifoseria ed ora, l'allenatore Zeman, già criticato per i risultati che stentano ad arrivare, si trova in una posizione decisamente scomoda già provata e non migliorata dai suoi predecessori. Il tecnico boemo, però, a differenza di chi lo ha preceduto in panchina, è stato chiaro sin dall'inizio della sua avventura romana per quanto riguarda le gerarchie in squadra e ha mantenuto la parola. I nomi dietro la maglia non contano e chi gioca, deve meritarsi il posto ogni giorno. De Rossi e Osvaldo, più di Burdisso, hanno messo in dubbio i metodi dell'allenatore e chi non è disposto a sacrificare una goccia in più di sudore per la causa, è giusto che resti fuori. La decisione di Zeman, però, per quanto coraggiosa e contraria alle errate abitudini che si sono radicate nella capitale, ha dato i suoi frutti ed i tre punti, sono arrivati. Vittoria fortunosa o il mister ha trovato la soluzione ai problemi? Difficile dirlo. Una sola giornata di gloria, non può mettere in discussione l'importanza dei senatori ma, il problema, non è nuovo a Trigoria e magari, un po di dubbi sull'effettivo impegno dei giocatori possono sorgere. I capricci di De Rossi, il suo milionario rinnovo contrattuale, le dichiarazioni "altalenanti" di amore eterno alla società, possono esserne un esempio e, di giocatori che "tirano a campare", nessuno li vuole. Ci si aspetta maggior convinzione da parte di colui che, dopo Totti, rappresenta il cuore giallorosso. Discorso diverso per Osvaldo che, osannato dal pubblico e dalla critica, pensava di essere un intoccabile. Pensava male o evidentemente, non conosceva Zeman. Conoscenza che, invece, capitan Totti, aveva già e, sapendo cosa aspettarsi, ha deciso di abbassare la testa e dare l'esempio ai suoi compagni più giovani. L'idolo giallorosso, nonostante gli anni che passano, ha dimostrato di poter dare ancora il suo contributo.
Tornando a "capitan futuro", se vuole andar via da Roma è libero di farlo. Le offerte, da parte del City, sono arrivate in sede e la presidenza, sembra attendere soltanto il consenso della città prima di cederlo. Cari tifosi, ora la palla passa a voi ed un cambiamento, per quanto doloroso, per tornare ad essere campioni, potrebbe essere necessario. La Roma, prima di tutto.




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Il tridente delle statuine tradisce Zeman: 4-1 bianconero

lunedì 1 ottobre 2012 0 commenti


di Davide Colonna
TORINO - La partita, non è mai finita e forse non finirà mai tra Juventus e Roma ma, quanto accaduto sabato sera, non sarà dimenticato tanto facilmente dai milioni di appassionati di calcio. C'è chi ha utilizzato termini di meteorologia come tornado o uragano per rendere l'idea ma, in verità, si tratta di schemi, mentalità di gioco e preparazione fisica che, come in ogni partita, fanno la differenza tra due squadre che si affrontano.
Juventus contro Roma, Conte contro Zeman, l'allievo contro il maestro e due modi totalmente diversi di intendere ed insegnare calcio. L'ennesima battaglia tra le eterne rivali, prima di iniziare, ha lasciato molto spazio all'immaginazione, soprattutto per le dichiarazioni taglienti che le due società si sono scambiate ma, purtroppo, il campo, di immaginazione, ne ha lasciata ben poca. Il 4-1 in favore dei bianconeri, non se lo aspettava nessuno e contro ogni aspettativa, è stato così schiacciante da lasciare un segno indelebile sul fisico e nella mente dei giocatori giallorossi che, faranno bene a cercare in un simil schiaffo, le motivazioni giuste per affrontare la gara di ritorno ma anche quelle precedenti e successive, per dimostrare di essere una squadra più matura rispetto allo scorso anno.

Cronaca della partita
La Juve, schiera la formazione tipo ad eccezione degli esterni Lichsteiner e Asamoah che, vengono lasciati a riposo in vista della partita di Champions di martedì contro lo Shaktar. Conte si affida a De Ceglie e Caceres per il lavoro di spinta e contenimento e a Matri per i goal.
Zeman, schiera il tridente formato da Totti, Osvaldo e Lamela  per far paura ma, deve fare a meno di Pjanic e Bradley a centrocampo.
Passano pochi minuti dal fischio d'inizio e la Juve si rende subito pericolosa con Marchisio che, da posizione defilata, non centra la porta. Si tratta solo dell'antipasto perchè dal quinto minuto in poi, i bianconeri, decidono di spingere e di approfittare della voragine lasciata a metà campo dagli uomini di Zeman. Punizione dal limite per la Juve. Pirlo, posiziona il pallone e trafigge Stekelenburg con una conclusione rasoterra e angolata che passa tra le gambe della barriera (11'). Le punte giallorosse, non si sacrificano in fase difensiva e lasciano troppo spazio alla manovra degli avversari che mostrano una intensità che non lascia scampo. La difesa romana è in affanno e Castan respinge con la mano in area, una conclusione da fuori diretta verso la porta. Rigore per la Juve quindi che, viene trasformato senza problemi da Vidal (16'). Palla a centro e si riparte. Gli uomini di Conte/Carrera sono affamati e Vidal pesca Matri in area che controlla e porta a tre le marcature (19'). La Roma è in balia del gioco avversario e quando cerca di essere propositiva, sbatte contro il muro di casa guidato da un Chiellini in stato di grazia. La traversa, salva gli ospiti in due occasioni su Marchisio e Vucinic ed il 3-0 sembra troppo poco per quello che si è visto. La Roma è troppo lunga e copre male il campo. Si va a riposo.
Nella ripresa, ci si aspetta una Roma diversa e più equilibrata ma passano 40 secondi e Vucinic impegna Stekelenbug che si salva in angolo. Pochi giri di orologio ed è Matri a sbagliare un goal già fatto davanti al portiere olandese. La Juve, non riesce a segnare la quarta rete e si specchia eccessivamente. Troppe giocate superficiali, facilitano di poco il compito alla Roma che trova un inaspettato rigore per un fallo di Bonucci. Osvaldo non fallisce dagli undici metri e spiazza Buffon (71'). I giallorossi, prendono coraggio e pressano maggiormente. Zeman butta Destro nella mischia ma, oltre ad una difficile parata di Buffon su Osvaldo, non ci sono grossi pericoli per la Juve che su contropiede, porta il risultato sul 4-1 con Giovinco (90'), dopo una cavalcata in solitaria di Barzagli che si dimostra un assistman migliore di Vucinic. Il match, totalmente a senso unico, si conclude e lo Juventus Stadium può esplodere.

La Juve, con questo risultato, consolida il suo primato in classifica a braccetto col Napoli ed ora ha la testa alla partita di martedì contro lo Shaktar. Il turn-over, sembra ottenere migliori risultati ma, Caceres, rappresenta un grosso punto interrogativo sulla fascia destra. Pirlo, nonostante il goal, è ancora sottotono e ha potuto esprimere un gioco migliore rispetto alle gare precedenti solo grazie alle carenze tattiche della Roma.
Zeman, il grande colpevole della sconfitta, ha preferito non modificare volto alla squadra neanche nella difficile trasferta contro la capolista mostrando poco rispetto per l'avversario e troppa sicurezza. Schierare il tridente delle statuine, con un centrocampo di poca qualità e quantità è stata la scelta peggiore del tecnico boemo. Il lavoro difensivo degli attaccanti nel calcio moderno è fondamentale e i giocatori a sua disposizione, non sembrano idonei alla sua idea di gioco dove la corsa è alla base. Totti, ormai logoro, può risultare utile per le partite casalinghe e Destro, non dovrebbe essere lasciato in panchina in partite così importanti neanche se a metà della condizione. Il capitale investito per l'attaccante, deve avere un senso. La sua voglia di emergere, può risultare un'arma in più. Forse, il giovane e motivato Pescara dello scorso anno, non avrebbe preso una simile batosta.




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Agostino di Bartolomei: se ci fosse più amore per il campione, oggi saresti qui...

mercoledì 30 maggio 2012 0 commenti

di Giovanni Sgobba
ROMA- Si è uomini, prima di essere calciatori. Quando ti ritiri dal mondo del calcio, rimane solo il ricordo di quello che hai fatto, vittorie, sconfitte, gioie e delusioni vengono archiviate e rimangono lì sospese nelle memorie di una lunga cronologia. Quando appendi le scarpe al chiodo, qualsiasi scelta fatta, qualsiasi “tradimento sportivo” compiuto e non digerito dai tifosi, dovrebbe restare lì appeso al medesimo chiodo. Dovrebbe. Ci si dimentica troppo spesso che prima di essere sportivi, prima di avere un contratto, dei soldi, una vita tranquilla e spensierata, si è uomini. O meglio, che non tutti i calciatori decidono di seguire la vita stereotipata, quell’essere omologato che segue il successo per appesantire il proprio portafoglio da sventolare dinanzi a qualche bella donna.

“E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar, e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai….”

Quando De Gregori scrisse questa canzone, aveva in mente Agostino Di Bartolomei. I suoi compagni lo soprannominarono Sant’Agostino per quanto era insensibile alla bella vita: lui e il lusso orbitavano su due mondi lontani, inconciliabili. Rappresentava l’eccezione, ma non fu capito. E’ stato il capitano della Roma, per molti ancora lo è: dalle giovanili giallorosse in prima squadra, saltando pochissime partite, rimediando una sola espulsione e conquistando quella fascia da capitano che ha onorato con orgoglio e con rispetto ed educazione sportiva per anni, gli stessi anni che hanno portato la Roma a vincere il suo secondo Scudetto, tre Coppe Italia e a raggiungere l’ambita finale di Coppa dei Campioni, persa poi ai calci di rigore contro il Liverpool. Coincidenza quella partita si giocò proprio all’Olimpico di Roma. Un’altra coincidenza, drammatica, è che fu disputata il 30 maggio del 1984. Chi è di Roma, chi conosce la storia di questa squadra, sa che nella vita di questo prestigioso club possono passare pochissimi treni: accarezzare l’idea di trionfare nel proprio stadio, davanti ai proprio tifosi, familiari e amici e poi vederla frantumare in mille pezzi dopo aver sbagliato dei calci di rigore, è un peso insopportabile per molti. Fa troppo male pensare a quanto tempo deve trascorrere per rivivere una partita di tale prestigio e provare a cambiare l’esito e la storia.

“Non è da questi particolari che si giudica un giocatore…” , aggiungerei che non è da questi particolari che si giudica una squadra, ma so che non è sempre vero: in molti pensano che essere secondi significa non essere nessuno, significa gettare e dimenticare tutto il percorso, gli ostacoli superati, le emozioni provate per raggiungere quel gradino più basso. Ago (così lo chiamavano i tifosi), da capitano, da romano, percepisce la delusione di tutto l’ambiente che lo circonda, anche lui è amareggiato, ma da leader non la mette in pubblico, anzi è il primo a voler ripartire, a voler immediatamente provare a rifarsi, a prendere una rivincita. Ma non viene capito. Non gli viene data questa possibilità, viene trattato come un “semplice” calciatore, uno dei tanti che va e viene: ceduto senza troppe spiegazioni al Milan. Una doppia sconfitta per Di Bartolomeo, quella più pesante però non avviene sul campo, contro gli inglesi, ma nel suo cuore, viene ferito nell’orgoglio, lo stesso che lo portò ad andarsene senza fiatare, solo con la mente proiettata a rispettare il nuovo contratto. Nessuna riconoscenza per il capitano dello Scudetto da parte dei dirigenti, pochissima invece da parte di alcuni dei suoi ex-tifosi che proprio in un Roma – Milan lo accolsero da traditore, da colui che abbandona la nave prima che affondi. Solo pochi mesi prima, alla sua ultima passerella con la maglia della Lupa, la Sud gli dedicò uno striscione con su scritto: “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva” . Come darsi una spiegazione?Immaginava di chiudere la carriera con addosso l’unica vera maglia della sua vita e invece si ritrova in una città del nord, fredda, distaccata per i suoi gusti. Si è sentito tradito da coloro che lo etichettavano come traditore, non ebbe mai modo di riconciliarsi, di riappacificarsi con l’ambiente giallorosso: né un ruolo dirigenziale, nemmeno un ruolo all’interno dello staff. Il suo sogno era allenare i bambini, per fargli crescere con la passione genuina nel tirare un calcio al pallone, perché era quello che credeva veramente. Niente: era semplicemente considerato come un ex giocatore della Roma. Non si scoraggiò, fondò una piccola scuola di calcio a San Marco. Era deluso dagli altri, ma era contento.

L’immagine è quella di un esiliato, che lascia nella sua patria affetti, amici, ricordi, la sua vita insomma; fa di tutto per riottenerla e invece viene ignorato. Lui questo non riuscì mai ad accettarlo nemmeno dopo il ritiro dal mondo del calcio: la mattina del 30 maggio 1994, impugna la sua calibro 38 e spara un colpo dritto al cuore. In molti hanno creduto ad una beffarda coincidenza, un sincronismo ricercato e voluto tra la finale del 1984 e il suicidio: stessa data, dieci anni più tardi, dai riflettori dell’Olimpico che illuminano un 29enne all’apice della carriera, al silenzio, alla malinconia che lo attanagliavano, a 39 anni, e lo distruggevano. Da quel momento in poi il 30 maggio verrà ricordato dai tifosi romanisti non più per quella rocambolesca partita, ma per la sua scomparsa. Ho scelto volontariamente di non parlare troppo della sua carriera, di non descrivere il ruolo che aveva in campo, delle sue splendide punizioni, delle sue bombe e dei suoi interventi energici in mezzo al campo. Ho semplicemente voluto raccontare di un uomo che si celava dietro la sagoma di un calciatore…

"Dal profondo del tempo come un rimpianto
ora rinasci tu...
...questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l'errore oggi sarebbe qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui
Ricordati di me mio capitano
cancella la pistola dalla mano
tradimento e perdono fanno nascere un uomo
ora rinasci tu..." 
[Antonello Venditti - Tradimento e perdono]



Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di
pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto
- scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati
e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi
da tantissime persone - che penso e ripenso a queste
poche righe.
E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere
davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per
una volta pubblicamente, solo da figlio.
Quanto mi manchi papà.
In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza
a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza.
In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i
piccoli segni dei giorni estivi di festa.
Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da
cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il
costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi
l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra
tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione
galleggiare incerto di sopra.
Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il
sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni
qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo
tutto questo non mi viene naturale. Non più come
prima.
Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi
di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i
nostri anni più belli.
Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata
nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni
tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze,
dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle
partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre
diverse.
Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano
di una normalità che - forse perché negata - avrei desiderato
tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena
di un’estate immobile.
Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente
ogni secondo per tutta la mia vita.
Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del
terrazzo.
Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per
mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da
mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci
che non avevi capito nulla.
Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata
rotonda all’altezza della seconda fascia.
Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo
nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella
chiglia fredda di zinco.
Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato
a tornare in qualche modo in quello stadio grande
con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi
partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava
plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO
AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso
la mia gelosia di bambino.
Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso
penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime
persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del
Capitano - a riguardarla adesso quella serenità - ci sia stato
qualcosa di inconsciamente innaturale.
Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore
assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di
tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante
hai fatto quel 30 di maggio Ago.
Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in
avanti, l’unico.
Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un
giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano
per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno
visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli
giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube
e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.
Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci
anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi
sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero.
Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata
dentro quella data, ecco. Come la depressione che
ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area
di rigore.
Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci
che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato
a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio.
Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di
una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima
partita di calcio?
E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a
casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che
nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione
lieve di malessere ti stritolava.
Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla,
papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di
sempre.
Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli
che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso
un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero,
non superbo.
Solo riservato.
Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e
ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria
seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio,
e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca.
Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per
insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento
contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere
i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con
Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori
per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il
primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il
vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché
ho conosciuto tutto il suo amore.
Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una
volta.
[Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino]



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Serie A, la Juve si avvicina al traguardo, il Milan insegue.

lunedì 30 aprile 2012 0 commenti


di Claudio Santovito
BARI -
Continua la marcia impressionante della Juventus, che travolge il Novara per 4 a 0 e mantiene invariato il vantaggio (+3) sui rivali del Milan. Anche in caso di arrivo a pari punti, prevarrà la Juve per i risultati favorevoli negli scontri diretti. Una gran girata di sinistro di Vucinic porta in vantaggio i bianconeri, che raddoppiano con Borriello in tuffo. Vidal e ancora il montenegrino chiudono la goleada.
A Siena il Milan risponde con un altro poker: Cassano torna al gol dopo l’intervento, Ibrahimovic raddoppia con un gran sinistro. Il colpo di testa di Bogdani sembra restituire qualche speranza al Siena, ma uno strepitoso slalom di Nocerino (decimo gol in campionato, più di Lavezzi e Totti e a pari merito con Matri e Di Vaio) e il secondo gol dello svedese (su assist di Cassano) chiudono il conto.

Il Bologna stende 3 a 2 il Genoa, sempre più vicino alla retrocessione. Portanova e Ramirez portano avanti i felsinei, Palacio dimezza lo svantaggio, ma Garics vanifica la rimonta e il gol di Jorquera.
Non ne approfitta il Lecce che perde in casa contro il Parma: alla splendida punizione di Giovinco, segue il raddoppio di Paletta. Inutile il gol di Tomovic.
Il derby di Sicilia termina in parità: il Catania va in vantaggio grazie a un colpo di testa di Legrottaglie; il Palermo, in piena crisi atletica (come confessato da Miccoli nel post partita) agguanta il pareggio con il suo numero 10.
L’Atalanta raggiunge la salvezza matematica battendo 2 a 0 la Fiorentina con i gol di Denis e Bonaventura: un ottimo risultato, considerando la penalizzazione, senza la quale aspirerebbero ora ad un posto in zona Europa League.

Proprio la zona Champions-Europa League è la più calda, con quattro squadre (Napoli, Udinese, Inter e Lazio) a quota 55. I napoletani hanno pareggiato sabato a Roma, rimontando lo svantaggio di Marquinho con due bei tiri dal limite dell’aria di Zuniga e Cavani, ma subendo il pareggio di Simplicio quasi a tempo scaduto. L’Inter batte il Cesena, già retrocesso, in rimonta: in svantaggio con un tiro di Ceccarelli deviato da Nagatomo, reagisce e vince con il gol di Obi e il colpo di testa di Zarate.

Nel posticipo, l’Udinese sconfigge la Lazio con una perla in spaccata di Di Natale e uno strano gol a tempo scaduto di Pereira, con i biancocelesti fermi, ingannati da un triplice fischio non proveniente dall’arbitro.

Nessun gol tra Cagliari e Chievo, ormai salvi.










Corazòn Juve! Cronaca e voti del 4-0 alla Roma

lunedì 23 aprile 2012 0 commenti

di Davide Colonna
TORINO - Commento:
Considerando la giornata più sfavorevole alla Juve che al Milan, in molti eran sicuri di un nuovo controsorpasso milanese in classifica. Le aspettative vengono però spazzate via da Ramirez che costringe il Milan ad un incredibile e sfortunato pareggio casalingo contro il Bologna e da una Juventus in formato uragano che travolge la Roma di un sempre più discusso Luis Enrique.
Allo Juventus Stadium, infatti, dopo solo 7' di gioco, Vidal si ricorda di esser stato uno dei migliori marcatori del Leverkusen della scorsa stagione e porta i bianconeri sul 2-0 con una splendida doppietta. Il ritmo della capolista è insostenibile e i giallorossi, tramortiti dal doppio vantaggio lampo, cedono definitivamente al 29' 1T quando Stekelenburg stende Marchisio in area procurando rigore e lasciando i suoi compagni in dieci per fallo da ultimo uomo in chiara occasione da rete. Pirlo, prima si fa parare il rigore da Curci (entrato al posto del sacrificato Borini) e poi insacca il 3-0 su comodo tap-in. Al 7' 2T, ci pensa Marchisio a portare la Juve sul definitivo 4-0, alla qualificazione matematica diretta in Champions League e a tre punti sul Milan detentore del titolo.

Nonostante i tre matches contro la Juve, Luise Enrique non ha mai vinto, raccogliendo un pareggio (1-1) nella partita di andata, una sconfitta nella partita di ritorno (4-0) e una eliminazione dalla Coppa Italia (3-0). In tutti e tre gli scontri, Antonio Conte, ha proposto il 3-5-2 che si conferma il modulo ideale per sconfiggere i giallorossi e il loro sterile possesso palla accompagnato da una corsa inesistente. Il campionato insegna che per mettere in difficoltà i torinesi, bisogna correre quanto loro ed essere in grado di chiudersi per poi ripartire in contropiede (vedi Catania e Bologna) ma, la Roma, non ha fatto nulla di tutto questo. L'esclusione di Totti non è la causa della stagione altalenante. Da apprezzare la voglia del tecnico romanista di voler imporre il suo gioco indipendentemente dall'avversario ma, in Italia, non c'è abbastanza pazienza per aspettare la crescita di personalità dei giocatori. Sicuramente qualche acquisto in difesa va rivisto.
In casa Juve, invece, il ritmo e l'entusiasmo per il raggiungimento di un sogno, accompagnati da ottime geometrie di gioco, fanno da padroni. La forza della squadra, va di pari passo con la forma di Marchisio e Vidal che sembra lavorino per quattro. La difesa si conferma solida non facendo toccare palla a Osvaldo e compagnia e imposta le manovre. L'attacco, ancora una volta a secco, resta l'unica incognita di una squadra forte ma che ha grandi margini di miglioramento vista la poca tecnica ed esperienza generale.

Vidal: 8,5 (corre tantissimo, ruba palloni di professione si dimostra anche goleador. Splendido);
Marchisio: 7,5 (recupera la forma come Vidal e si vede. Segna, si procura il rigore che chiude la partita);
Chiellini: 7 (non sbaglia niente. Partita attenta e fisica);
Barzagli: 7 (la sua struttura fisica e la sua sicurezza mettono paura);
Vucinic: 6,5 (perde molti palloni ma si dimostra decisivo nei gol. Deve acquisire grinta);
Borriello: 4 (inesistente);

Stekelenburg: 4 (raccoglie due palloni da dentro la porta, procura il rigore e si fa buttar fuori. Giornataccia);
Bojan: 6 (almeno si impegna);
De Rossi: 5 (questa volta la sua posizione da centrale difensivo non produce effetti sperati come nell'andata);
Osvaldo: 4 (meno look e più agonismo);
Luise Enrique: 4 (la stagione non è da buttare ma in certe partite chiave bisogna saper modificare il gioco)













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